Il contributo analizza Trump v. CASA, in cui la Corte Suprema ha negato la legittimità delle universal injunctions. La decisione è letta come esito dell’equitable originalism e del canone “history and tradition”, evidenziandone i rischi per rule of law, judicial review e tutela effettiva dei diritti fondamentali.
The comment examines Trump v. CASA, where the Supreme Court rejected the legality of universal injunctions. It frames the ruling as an expression of equitable originalism and the “history and tradition” canon, highlighting its implications for the rule of law, judicial review, and effective protection of fundamental rights.
SENTENZA Corte Suprema degli Stati Uniti d’America — 27 giugno 2025 — causa U.S. 831 (2025) — Trump c. CASA.
[3688/924] Giurisdizione civile - Stati esteri ed enti extraterritoriali - Corte Suprema degli Stati Uniti - Universal injunctions - Executive Order in materia di cittadinanza - Equitable originalism - Complete relief - Limiti alla tutela cautelare erga omnes.
(Judiciary Act 1789).
In Trump v. CASA, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ritenuto che le corti federali eccedano l’autorità equitativa loro conferita dal Judiciary Act del 1789 quando emettono universal injunctions, ossia provvedimenti cautelari idonei a paralizzare l’applicazione di un atto dell’Esecutivo anche nei confronti di soggetti estranei al giudizio. Il rimedio ingiuntivo deve restare circoscritto a quanto necessario per assicurare pieno ristoro ai soli ricorrenti muniti di standing, non potendo il principio del complete relief essere trasformato in una tutela generalizzata. La decisione, fondata sull’equitable originalism e sul canone history and tradition, lascia impregiudicata la questione della legittimità costituzionale dell’Executive Order n. 14160 in materia di cittadinanza per nascita, ma ridisegna in senso restrittivo il rapporto tra giudici federali, potere esecutivo e tutela effettiva dei diritti fondamentali.
(1) Il testo della sentenza è reperibile al seguente indirizzo on line: https://www.supremecourt.gov/opinions/24pdf/24a884_8n59.pdf.
A commento della presente sentenza pubblichiamo un’osservazione del prof. Luigi Testa.
Il contributo analizza Trump v. CASA, in cui la Corte Suprema ha negato la legittimità delle universal injunctions. La decisione è letta come esito dell’equitable originalism e del canone “history and tradition”, evidenziandone i rischi per rule of law, judicial review e tutela effettiva dei diritti fondamentali.
The comment examines Trump v. CASA, where the Supreme Court rejected the legality of universal injunctions. It frames the ruling as an expression of equitable originalism and the “history and tradition” canon, highlighting its implications for the rule of law, judicial review, and effective protection of fundamental rights.
La decisione Trump v. CASA, del 27 giugno 2025, tocca molti nervi scoperti nella composizione degli equilibri interni alla Suprema Corte. C’è il tema dei limiti alla giurisdizione e dell’actio finium tra corti e altre branches del governo 1; c’è la definizione della posizione e dei poteri del Presidente, tra gli spettri della Unitary Executive Theory 2; c’è la rule of law; e il tutto, naturalmente, nella indomabile tensione tra posizioni ermeneutiche di originalismo o testualismo, nelle odierne declinazioni che ne dà la maggioranza dei Justices, e posizioni di «living Constitution», o almeno di anti-originalismo e anti-testualismo 3.
Quello che emerge dalla lettura dell’opinion of the Court, delle tre opinioni concorrenti, e soprattutto delle due dissenzienti, è lo spaccato vivido di una tensione che nessun segnale fa sperare destinata a ricomporsi nel breve periodo.
Dal fronte liberal, Sotomayor denuncia che «no right is safe» 4 nel nuovo corso inaugurato dalla Corte, che avrebbe abdicato ad ogni sforzo per la difesa della rule of law, lasciando che il Presidente si prenda “solenne beffa” della Costituzione 5. Non meno sfiduciata appare Jackson, che rileva «an existential threat to the rule of law» 6: se un marziano venisse oggi — scrive — negli Stati Uniti, e desse uno sguardo in giro, direbbe: «Those things Americans call constitutional rights seem hardly worth the paper they are written on!» 7.
D’altra parte, anche la maggioranza tradisce un certo nervosismo. La penna di Barrett scende in tenzone diretta con le due giudici dissenzienti, con tono spesso caustico, diffusamente nel corpo del testo dell’opinion of the Court e con numerose note a piè di pagina.
La vicenda origina dall’adozione dell’Executive Order No. 14160, con il quale, in alcune circostanze, è derogata la regola dello ius soli per l’acquisto della cittadinanza statunitense. Si tratta, in particolare, delle ipotesi in cui il padre della persona nata negli Stati Uniti non abbia la cittadinanza statunitense o non risieda ivi legalmente in maniera stabile (lawful permanent resident), e la madre sia presente in maniera illegale sul territorio (unlawfully present) o sia titolare di un titolo di soggiorno solo temporaneo (lawful but temporary).
Nel contesto di tre distinte impugnazioni dell’Order, con allegata violazione della Citizenship Clause del XIV Emendamento 8, i ricorrenti chiedevano delle universal preliminary injunctions, che erano tutte egualmente concesse dalle Corti distrettuali adite.
L’universal preliminary injunction è un rimedio di natura cautelare, che — stando ai criteri elaborati dalla Corte suprema — può essere concesso laddove ricorrano sostanzialmente le classiche condizioni degli strumenti di tal guisa, ossia la plausibilità del successo nel merito del ricorso e il rischio di un pregiudizio irreparabile in mancanza di una decisione cautelare 9. Appartiene ai c.d. rimedi di equity, ereditati dall’esperienza della Madrepatria inglese, concepiti per temperare l’inadeguatezza, in concreto, dei rimedi ordinari — che restano di applicazione prioritaria —, come espressione di poteri impliciti delle corti nell’esercizio della giurisdizione loro affidata 10.
A differenziarle da altre forme di equitable remedies, vi è tuttavia la pretesa di una validità erga omnes, che — come si vedrà oltre — costituisce il vero oggetto di contestazione nella vicenda in commento. Così, nel caso di specie, la sospensione in via cautelare disposta dalle tre Corti distrettuali adite ha per effetto la neutralizzazione universale — da qui il nome dello strumento 11 — degli effetti dell’Executive Order No. 14160.
Presentava ricorso dinanzi alla Corte suprema il Governo, il quale contestava la legittimità delle universal preliminary injunctions, a prescindere dalla questione circa la costituzionalità dell’Executive Order in materia di cittadinanza. La questione, invero, era da tempo attesa alla Corte. Non è un caso che, nell’incipit del suo reasoning, l’attuale maggioranza noti che il dubbio circa la legittimità delle universal preliminary injunctions sia stato «repeatedly emphasized» da alcuni membri della Corte — mentre più onestamente avrebbe potuto dirsi: dai membri più conservatori della Corte, tanto che le citazioni che seguono a corollario sono tutte di Gorsuch, Kavanaugh e Thomas.
D’altra parte, nell’esperienza più recente, lo strumento in questione è stato così trascinato nella logorante dialettica tra Presidente e corti — la Corte stessa nota che solo nei primi 100 giorni della seconda Presidenza Trump vi sono state 25 universal injunctions — che la questione della sua legittimità non avrebbe potuto essere rinviata ancora a lungo 12.
Il ragionamento della maggioranza — che si dispone compatta secondo l’ormai consueta formazione di sei a tre — si assesta su quella specifica variante di originalismo ormai dominante alla Suprema Corte che può essere sinteticamente identificata come «history and tradition». Justice Barrett, che scrive per il collegio, adotta una linea argomentativa che ambisce a fare della sua linearità uno dei maggiori punti (se non il maggiore) di forza persuasiva.
La premessa, che già anticipa ogni approdo conclusivo, è quella per cui l’armamentario di equity entrerebbe nell’ordinamento statunitense così come si presentava nella tradizione giuridica inglese al momento del distacco dalla Madrepatria («at our country’s inception» 13). Il riferimento essenzialmente è al precedente Grupo Mexicano de Desarrollo, S. A. v. Alliance Bond Fund, Inc. 14, redatto da Justice Scalia, con cui la Corte consacrava l’indirizzo dell’equitable originalism 15: «Is an authority to administer in equity suits the principles of the system of judicial remedies which had been devised and was being administered by the English Court of Chancery at the time of the separation of the two countries» 16. «Substantially, then, the equity jurisdiction of the federal courts is the jurisdiction in equity exercised by the High Court of Chancery in England at the time of the adoption of the Constitution and the enactment of the original Judiciary Act, 1789» 17. In quella occasione, Antonin Scalia scriveva per un collegio che era unanime sull’esito in concreto di quel giudizio, ma con il dissenso di Ginsburg — cui si univano Stevens, Souter e Breyer — in difesa dell’«adaptable character of federal equitable power» 18.
Fedele alla linea di Grupo Mexicano de Desarrollo, la maggioranza odierna del collegio riduce dunque i termini della questione alla verifica dell’esistenza di uno strumento “analogo” 19 alle universal injunctions nello strumentario di equity della High Court of Chancery inglese, come si presentava al momento dell’adozione della Costituzione e, soprattutto, della promulgazione del Judiciary Act del 1789. La maggioranza, infatti, è ben accorta (e dichiaratamente) 20 ad evitare di inoltrarsi in uno scrutinio rispetto all’Art. III della Costituzione 21, che sarebbe stato più difficile da argomentare, e che peraltro avrebbe rischiato di escludere tout court la legittimità di injunctions con effetti (anche solo indiretti) oltre le parti, cosa che la Corte non fa 22. La questione è invece declinata più specificamente nei termini di una verifica di legittimità delle universal injunctions rispetto al Judiciary Act, che attribuisce alle corti giurisdizione su «all suits ... in equity» 23.
Ridotta all’essenziale, la questione, dunque, è se le universal injunctions rientrino o meno in quei rimedi di equity che entrano nell’ordinamento statunitense con l’adozione del Judiciary Act del 1789, e dunque se esse esistessero — almeno in forma analoga — nella prassi inglese cristallizzatasi nel 1789.
Come si anticipava, il punto dirimente è rappresentato dalla operatività erga omnes dei provvedimenti in questione, di cui in effetti non è possibile rintracciare un precedente esattamente sovrapponibile nell’esperienza di equity inglese pre-1789, per la sua stessa natura di strumentario volto alla regolazione dei rapporti tra parti private. Né la ricerca ha maggior fortuna nella prima esperienza costituzionale statunitense, posto che per la comparsa delle universal preliminary injunctions bisogna attendere il XX secolo, sebbene residui un margine di incertezza che però non è seriamente capace di mutare i termini della questione 24.
«History and tradition», dunque, offrirebbero una piana soluzione, di segno negativo, alla questione circa la legittimità dello strumento.
La dialettica con le tre giudici liberal — la cui effervescenza è segnalata non solo dall’assertività delle formule «I dissent» delle due dissenzienti 25, ma anche dalla scelta (non inedita, ma neanche frequentissima) di chi redige l’opinion of the Court di dedicarne ampia parte alla contestazione del dissenso — si muove fondamentalmente su quattro piani, che si pongono in una certa sequenza di radicalità di contestazione 26.
Per il primo argomento — senz’altro il più debole — non si può escludere che «history and tradition» abbiano conosciuto «injunctive and other equitable relief to parties and nonparties alike» 27, dunque con gli stessi effetti erga omnes degli strumenti oggi contestati. Per Justice Sotomayor, che redige una energica dissenting, «as the majority must itself concede, injunctions issued by English court of equity were “typically”, but not always, party specific» 28. A sostegno di tale argomento, la giudice liberal fa riferimento principalmente alla prassi dei c.d. bills of peace, ipotesi nella quale erano riuniti più procedimenti quando essi vertevano su una pretesa comune fatta valere da un solo attore nei confronti di più convenuti, oppure su una pretesa comune avanzata da più attori nei confronti di un unico convenuto. L’effetto era, dunque, quello di far valere la decisione oltre le sole parti in causa, anche se pur sempre rispetto a destinatari membri di un «group [that] was small and cohesive».
Proprio questo riferimento al gruppo «small and cohesive» rende difficile sovrapporre i bills of peace alle universal preliminary injunctions 29 — salvo voler interpretare il requisito in senso forse troppo estensivo, come tenta di fare Sotomayor nel suo dissenso 30 —, risultando invece più facilmente assimilabili alla class action disciplinata dalle Rule 23 delle Federal Rules of Civil Procedure 31.
La seconda contestazione si muove, invece, sul piano del «complete-relief principle», che chiede alla giurisdizione di equity di garantire rimedi che offrano un ristoro completo alle parti lese. Per Sotomayor dissenziente, la limitazione degli effetti della decisione di equity soltanto alle parti in lite lascerebbe incompleto il ristoro, con riguardo specificamente a chi — pur leso dal provvedimento oggetto di injunction — non abbia agito in giudizio.
D’altra parte, come incalza l’autrice dell’altra dissenting opinion, Justice Jackson, questo rischia di introdurre una sorta di frammentazione territoriale della tutela, con la creazione di una law-free zone dove la misura ritenuta illegittima continuerebbe ad applicarsi rispetto a chi non ha voluto, saputo o potuto attivarsi giudizialmente, naturalmente con grave svantaggio per le aree marginali della società 32.
Nonostante il rischio di una law-free zone sia oggettivamente detestabile, l’argomento fondato sul «complete-relief principle» resta tuttavia un po’ debole, in quanto assume troppo. Assume, cioè, che non ci sia completo ristoro (delle parti in causa, perché questo esige il complete-relief principle») se non in presenza di un ristoro universale, il che è respinto con forza dalla maggioranza dei giudici: «The question is not whether an injunction offers complete relief to everyone potentially affected by an allegedly unlawful act; it is whether an injunction will offer complete relief to the plaintiffs before the court» 33.
Ben più a fondo vanno gli altri due argomenti delle dissenzienti, rispetto ai quali la maggioranza fa più fatica a risultare ultimativamente convincente.
Jackson — con maggior incisività, in questo, della collega Sotomayor — contesta in radice i fondamenti dell’equitable originalism: «Even if the majority is correct that courts in England at the time of the founding were so limited — and I have my doubts [...] — why would courts in our constitutional system be limited in the same way?» 34. Per la giudice liberal, la ragionevolezza di un trapianto dello strumentario di equity del XVIII secolo inglese tel quel nell’esperienza statunitense è esclusa dalla differenza strutturale tra i due ordinamenti. «The Founders of the United States of America squarely rejected a governing system in which the King ruled all, and all others, including the courts, were his subordinates. In our Constitution-centered system, the People are the rulers and we have the rule of law. So, it makes little sense to look to the relationship between English courts and the King for guidance on the power of our Nation’s Judiciary vis-à-vis its Executive» 35.
Rispetto a tale contestazione 36, tuttavia, la maggioranza della Corte non mostra segno del minimo cedimento 37, confermando energicamente la linea interpretativa che esige «a founding-era antecedent», avendo circoscritto gli equitable remedies a quelli in uso presso la Court of Chancery al tempo dell’adozione della Costituzione 38.
Il punto è che, una volta cristallizzata così alla pre-founding era, l’equity dismette la propria natura e tradisce la propria funzione 39, che è quella di offrire alle corti delle soluzioni flessibili laddove — in un certo senso — summum ius sarebbe invece summa iniuria. Depredata, però, della sua flessibilità — vincolata com’è alle forme dell’armamentario della Court of Chancery del 1789 — l’equity non è più equity, ma semplicemente (altro) common law. Una flessibilità «confined within the broad boundaries of traditional equitable relief» — come la descrive Barrett per la maggioranza — non convince fino in fondo, o comunque non è la flessibilità propria dell’equity del 1789.
Paradossalmente, dunque, è la maggioranza a tradire l’«history and tradition»: congelando i rimedi agibili, ferisce la logica e i principi dell’equity così come intesi nella prassi della Court of Chancery di fine Settecento. È questa, in fondo, la critica che già Justice Ginsburg formulava nella sua dissenting a Grupo Mexicano: la sua non era una contestazione all’equitable originalism in sé, ma ad un equitable originalism di practices and remedies, a difesa invece di un equitable originalism dei principi 40.
D’altra parte, l’assurdità 41 di un’equity «confined» nelle forme del 1789 emerge in tutta la sua vividezza nel caso di illegittimità costituzionale della misura che pretenderebbe di essere applicata; circostanza che, evidentemente, non poteva essere considerata nella prassi della Court of Chancery inglese di fine Settecento. E così si arriva al principale argomento di opposizione di Sotomayor alla maggioranza, cui aderiscono naturalmente anche Kagan e Jackson: continuare ad applicare una misura (presuntivamente) incostituzionale (negando l’efficacia erga omnes della sua sospensione) è summum ius per la Corte, ma è summa iniuria per chi dissente.
La gran parte dell’opinion dissenziente di Jackson, infatti, si sforza di argomentare l’illegittimità costituzionale dell’Executive Order No. 14160 in materia di birthright citizenship. D’altra parte, nel 1995, l’Office of Legal Counsel era stato interpellato circa la legittimità di un disegno di legge che andava proprio nella direzione dell’Executive Order del Presidente Trump, e che era stato valutato «unquestionably unconstitutional» 42.
Per Sotomayor, la questione della natura illegittima della misura presidenziale è senz’altro assorbente, posto che l’ordinamento non può tollerare l’applicazione di una misura incostituzionale, neanche nelle more del giudizio definitivo (che, peraltro, possono coprire uno spazio temporale anche particolarmente significativo): «The Citizenship Order’s patent unlawfulness is reason enough to deny the Government’s applications» 43. Tra il rischio di un’applicazione (pur provvisoria) di una misura che si ritiene prima facie incostituzionale (tanto da concedere una misura cautelare sospensiva), e quello, invece, della disapplicazione (temporanea, fino al giudizio definitivo) di una misura poi valutata ultimativamente come legittima, per il dissenso liberal, il sistema costituzionale tollera di più il secondo.
Che questo sia un tema, emerge anche dalla concurring opinion di Kavanaugh, che, pur aderendo in tutto al reasoning della maggioranza, rileva l’esigenza di una soluzione: «What should the interim legal status of the significant new federal statute or executive action at issue be during the several-year period before this Court’s final ruling on the merits?».
In effetti, il fondamento stesso della constitutional review, così come da Marbury v. Madison, ripugna all’ipotesi di continuare ad applicare, nelle more del giudizio (non breve) di legittimità, una legge o un atto dell’esecutivo che si sospetta in violazione della Costituzione. Per Kavanaugh, dovrebbe essere la Corte suprema stessa a decidere dell’interim status della misura su cui pende lo scrutinio, valutando se sia il caso di sospenderne in via cautelare l’applicazione in via generalizzata.
Al momento, tuttavia, quella di Kavanaugh resta allo stadio di un’ipotesi, e la maggioranza della Corte sceglie di valutare la legittimità delle universal preliminary injunctions in astratto, senza dar alcun rilievo alla prognosi di legittimità costituzionale della misura la cui sospensione è disposta in via cautelare 44.
Le giudici dissenzienti sembrano dire, tra le righe, che, in questo modo, la Corte si stia rifiutando di portare al massimo della sua capacità espansiva il principio di Marbury v. Madison e della judicial review nei riguardi degli atti dell’Esecutivo 45, trincerandosi dietro un vuoto legalismo che non tiene conto delle effettive posizioni di potere e dei rischi che ne conseguono. Provoca Jackson: «That legalese is a smokescreen. It obscures a far more basic question of enormous legal and practical significance: May a federal court in the United States of America order the Executive to follow the law?» 46. E ancora: «The power to compel the Executive to follow the law is particularly vital where the relevant law is the Constitution» 47.
In effetti, lasciare che un provvedimento del Governo di cui si presuma l’incostituzionalità resti efficace (tranne che per i soli ricorrenti) nelle more del giudizio definitivo — come rivela anche la preoccupazione di Kavanaugh, nella sua concurring — rischia davvero di diventare «nothing less than an open invitation for the Government to bypass the Constitution» 48. L’argomento sembra quello che maggiormente innervosisce la maggioranza — o almeno Justice Barrett che scrive per i sei —, tanto da renderla particolarmente pungente. Per il fronte conservatore, la considerazione dello squilibrio che rischia di crearsi a favore del Governo è argomento che — pur non revocato in dubbio — non rileva, mentre resta assorbente l’individuata assenza di un «historical pedigree» per le universal injunctions 49.
Reagendo infastidita alle accuse di tecnicismo soporifero 50 e di «boring “legalese”» 51, Barrett contesta al dissenso di vagheggiare un rovesciamento dell’equilibrio dei poteri: «Justice Jackson decries an imperial Executive while embracing an imperial Judiciary» 52; e ancora, come coup décisif: «Justice Jackson would do well to heed her own admonition: “[E]veryone, from the President on down, is bound by law”. That goes for judges too» 53.
Trump v. CASA è una decisione che giustifica una certa preoccupazione.
Non soltanto per la sottrazione, dalle mani del potere giudiziario, di uno strumento dall’efficacia senza pari nella dialettica (Jackson la chiama “lotta”) 54 per la tenuta della rule of law 55. In effetti, l’impraticabilità delle universal injunctions va tutta a favore dell’Esecutivo, che si vede garantita l’efficacia delle sue misure (salvo, eventualmente, rispetto alle parti ricorrenti), anche se costituzionalmente illegittime, almeno fin quando non si compiono i tempi del giudizio definitivo. Il che, peraltro, chiude la porta a quella che avrebbe potuto essere la massima capacità espansiva (forse non necessaria, ma almeno possibile) del principio di Marbury v. Madison: «If, then, the Courts are to regard the Constitution, and the Constitution is superior to any ordinary act of the Legislature, the Constitution, and not such ordinary act, must govern the case to which they both apply» 56.
Ma a giustificare la preoccupazione c’è anche la conferma che il canone interpretativo «history and tradition», così come applicato dall’odierna maggioranza dei giudici, è viziato da un eccessivo astrattismo, incuneando una sinistra distanza tra i ragionamenti giuridici del collegio (quelli che Jackson stigmatizza come «legalese») e la realtà fuori dalla Corte.
È chiarissimo, da questo punto di vista, il rapido passaggio con cui Barrett e la maggioranza liquidano il contro-argomento delle dissenzienti che difendono le universal injunctions «as a matter of policy. They argue that a universal injunction is sometimes the only practical way to quickly protect groups from unlawful government action» 57. La maggioranza non prende posizione sul punto, ma si limita a ribadire che, se pure la cosa fosse vera, «nothing like a universal injunction was available at the founding» 58, e questo basta a chiudere la questione. Per la maggioranza, dunque, non vi è spazio per alcuna «matter of policy» — detto in altri termini: non vi è spazio per alcuna considerazione degli effettivi rapporti di potere tra le parti, neanche quando c’è in gioco il rispetto della «fundamental and paramount law of the nation» 59 e, specificamente, la tutela di quei diritti individuali che operano come «unequivocal protections against government action» 60.
Così declinato, quello di «history and tradition» si rivela un canone ermeneutico di stampo vetero-liberale, che — con una certa contiguità rispetto a quanto si registra nei cammini interpretativi di libertà ed eguaglianza 61 — «ignores citizens’ experience of law» 62, ostinandosi a rimanere sul piano del giudizio astratto, senza alcuna considerazione delle situazioni concrete.
Un formalismo di questo tipo, purtroppo, non è la migliore garanzia in un momento di tensione grave come quella che sta conoscendo in questi anni il sistema costituzionale statunitense 63. In Trump v. CASA, le dissenzienti ne sono allarmate, evocando lugubri spettri 64 , che forse, in qualche forma, sono già diventati realtà 65.
[1] (1) Per G.F. Ferrari, Una nuova fase della juristocracy? Affinità e divergenze tra Trump v. CASA e Alace e Canpelli, in DPCE Online, 71(3), 2025, la decisione in commento costituisce un esempio di apparente self-restraint del potere giudiziario, di cui è difficile, per ora, immaginare il senso e lo sviluppo.
[2] (2) L’Unitary Executive Theory — almeno nella sua versione più forte — radicalizza l’ermeneutica dell’Art. 2, prima parte, della Costituzione statunitense («The executive Power shall be vested in a President of the United States of America»), guardando con sospetto ad ogni limitazione posta al controllo presidenziale, ad esempio quanto ai limiti nella nomina e revoca dei vertici delle Agenzie federali. La dottrina in materia è vastissima; ci si limita qui a rinviare alla recente ricostruzione organica in P.J. Sobkowski, The Unitary Executive and Politics, 52 Ohio N.U. L. Rev. 65 (2025). In senso critico, tra gli altri più recenti: C.K. Chabot, Rejecting the Unitary Executive, 2025 Utah L. Rev. 1001 (2025). Sul modo in cui alcune recenti decisioni della Corte suprema hanno indirettamente avallato l’Unitary Executive Theory sia lecito rinviare a L. Testa, La giurisprudenza della Corte suprema degli Stati Uniti nei terms 2023-2024 e 2024-2025, in questa Rivista, 5-2025, 1545 ss. Si segnala anche M. Mohan, Originalist Sin: The Failure of Originalism to Justify the Unitary Executive Theory, 24 Lewis & Clark L. Rev. 1063 (2020), che rivela il cortocircuito tra original intent e meaning dell’Art. 2 della Costituzione, da un lato, e i tentativi di giustificare la teoria sulla base di un’ermeneutica originalista.
[3] (3) La realtà del confronto tra le diverse correnti ermeneutiche è ben più complessa delle rappresentazioni che spesso ne sono proposte. Per una adeguata consapevolezza, si suggerisce la lettura di G. Romeo, L’argomentazione costituzionale di common law, Torino, 2020, soprattutto 130-164.
[4] (4) Trump v.CASA, Inc., 606 U.S. 831 (2025), Sotomayor, J., dissenting, slip op., 3.
[5] (5) «The rule of law is not a given in this Nation, nor any other. It is a precept of our democracy that will endure only if those brave enough in every branch fight for its survival. Today, the Court abdicates its vital role in that effort. With the stroke of a pen, the President has made a “solemn mockery” of our Constitution» (Sotomayor, 44).
[6] (6) Trump v. CASA, Inc., 606 U.S. 831 (2025), Jackson, J., dissenting, slip op., 1.
[8] (8) A mente del XIV Emendamento, ratificato nel 1868, «tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono». Con la sua introduzione insieme agli altri Reconstruction Amendments, dopo la Guerra civile, «nasce [...] una cittadinanza nazionale, consistente di un fascio di diritti, completata dall’eguaglianza davanti alla legge e presidiata dall’intervento del potere federale» (G.F. Ferrari, Le libertà. Profili comparatistici, Torino 2011, 179). Sui lenti e tortuosi percorsi innescati dai Reconstruction Amendments, si veda, inter alia, E. Mostacci, A. Somma, Gli Stati Uniti e il loro diritto, Torino 2024, in particolare 127 ss.
[9] (9) Si veda la decisione della Corte Nken v. Holder, 556 U.S. 418 (2009). Sui criteri per l’adozione delle universal injunctions: D. Venuti, Universal injunctions e tutela dell’interesse pubblico in Trump v. CASA, in DPCE Online, 71(3), 2025.
[10] (10) In materia, si rinvia al recente studio di D. Zecca, Equitable remedies e separazione dei poteri nel diritto pubblico di common law, Napoli 2025.
[11] (11) Qui si sceglie la dizione universal injunction, che è quella fatta propria dalla maggioranza, nella penna di Barrett. Va tuttavia segnalato che un altro uso invalso è quello di riferirvisi come national injunction, con una scelta semantica che sposta più l’accento sull’esigenza di una unità giuridica su tutto il territorio della Nazione (mentre la dizione impiegata da Barrett trattiene più il senso della pretesa di efficacia erga omnes). La maggioranza esplicita la sua scelta semantica alla n. 1 dell’opinionof the Court: «The difference between a traditional injunction and a universal injunction is not so much where it applies, but whom it protects».
[12] (12) Nel complesso, i dati disponibili restituiscono un quadro sufficientemente univoco: pur nella variabilità delle stime, dovuta ai diversi criteri di computo adottati, il ricorso alle universal injunctions ha conosciuto negli ultimi due decenni una crescita marcata, sino ad assumere dimensioni sostanzialmente esponenziali. Se — pur nella difficoltà di individuare le prime vere universal injunctions — nell’intero XX secolo, secondo una certa stima, le corti federali avrebbero pronunciato soltanto ventisette injunctions [W. P. Barr (Attorney General), Remarks to the American Law Institute on Nationwide Injunctions (May 21, 2019)], un rapporto del servizio studi del Congressional Research Service del 2025, adottando un criterio di conteggio per casi, individua ottantasei casi durante la prima amministrazione Trump e ventotto durante l’amministrazione Biden (L. Deal, J.R. Lampe, Nationwide Injunctions Under the First Trump Administration and the Biden Administration, CRS Report No. R48467, 20 marzo 2025, Version 5).
[13] (13) Barrett fa riferimento essenzialmente al precedente Grupo Mexicano de Desarrollo, S. A. v. Alliance Bond Fund, Inc., 527 U. S. 308, 319 (1999), redatto da A. Scalia per una corte unanime, con cui la Corte consacrava l’indirizzo dell’equitableoriginalism.
[14] (14) Trump v. CASA, Inc., 606 U.S. 831 (2025), opinion of the Court, slip op., 5.
[15] (15) Si veda, sul punto: M. Sohoni, The Lost History of the “Universal” Injunction, 133 Harvard Law Review 920 (2020).
[16] (16) Qui la Corte cita: Atlas Life Ins. Co. v. W. I. Southern, Inc., 306 U. S. 563, 568 (1939); Stainback v. Mo Hock Ke Lok Po, 336 U. S. 368, 382, n. 26 (1949); Guaranty Trust Co. v. York, 326 U. S. 99, 105 (1945); Gordon v. Washington, 295 U. S. 30, 36 (1935).
[17] (17) Citazione da A. Dobie, Handbook of Federal Jurisdiction and Procedure, St. Paul, Minnesota, 1928, 660.
[18] (18) Grupo Mexicano de Desarrollo, S.A. v. Alliance Bond Fund, Inc., 527 U.S. 308, 336 (1999), Ginsburg, J., concurring in part and dissenting in part.
[19] (19) Impossibile, infatti, trovare uno strumento identico alle universal injunctions, ma la Corte è rassicurante su questo: «A modern device need not have an exact historical match» (11).
[20] (20) I termini della questione sono subito chiariti, con sospetta chiarezza: «The issue before us is one of remedy: whether, under the Judiciary Act of 1789, federal courts have equitable authority to issue universal injunctions» (4). Ma poi ancora alla nota a piè di pagina 4: «Our decision rests solely on the statutory authority that federal courts possess under the Judiciary Act of 1789. We express no view on the Government’s argument that Article III forecloses universal relief».
[21] (21) Lo nota bene nel suo commento G. Romeo, Le inquietudini della Corte Suprema: a prima lettura di Trump v. CASA, in DPCE Online, 71(3), 2025.
[22] (22) Probabilmente, sarebbe stato più deciso in questo senso Justice Alito, che redige una concurring opinion con cui segnala l’opportunità di una lettura restrittiva delle condizioni di possibilità del third-party standing, soprattutto quando si tratta di Stati membri: «Left unchecked, the practice of reflexive state third-party standing will undermine today’s decision as a practical matter» (Alito, J., concurring, slip op., 2).
[24] (24) Secondo una certa ricostruzione, la prima injunction di questo tipo è stata adottata nel 1963 dalla U.S. Court of Appeals for the District of Columbia in Wirtz v. Baldor Electric Co. [S. Bray, Multiple Chancellors: Reforming The National Injunction, 131(2) Harvard Law Review 417 (2017)], ma la maggioranza della Corte mostra qualche perplessità in merito, segnalando alcune voci che vanno nel senso di una datazione più recente. «Regardless, under any account, universal injunctions postdated the founding by more than a century» (n. 7).
[25] (25) «Because I will not be complicit in so grave an attack on our system of law, I dissent» (Sotomayor, 3); «With deep disillusionment, I dissent» (Jackson, 2).
[26] (26) I primi due argomenti di contestazione sono forse quelli più deboli su un piano argomentativo, e non a caso sono quelli rispetto ai quali Justice Barrett, che scrive per la maggioranza, sceglie di contendere con maggiore impegno, sostanzialmente schivando (o affrontando solo marginalmente) le altre opposizioni.
[27] (27) Sotomayor, J., dissenting, slip op., 19.
[29] (29) Oltre ai bills of peace, Sotomayor fa (minore) riferimento alle c.d. taxpayer suits, che contengono un’ingiunzione che ha come destinatari «taxpayers joined as co-plaintiffs, or by one tax-payer suing on behalf of himself and all others similarly situated» [J. Pomeroy, Equity Jurisprudence § 260, 277 (1881)]. Soltanto in casi veramente rari e contestati, tuttavia, le taxpayer suits hanno avuto un novero di destinatari (più o meno) coincidenti con un’intera comunità.
[30] (30) «It is also unclear why “‘cohesive[ness]’ ” or “representative[ness]” would preclude even those universal injunctions that, like here, benefit a discrete and cohesive group. The Citizenship Order itself applies only to a subset group of newborn children: that is, children born to a mother unlawfully or temporarily present, and a father who is neither a citizen nor lawful permanent resident. Those mothers and fathers share “not only [a common] interest in the question, but one in common in the subject-matter of th[is] suit.” Scott v. Donald, 165 U. S. 107, 116 (1897)» (Sotomayor, J., dissenting, slip op., 25-26).
[31] (31) Opinion of the Court, slip op., 13. Si noti il preoccupato tono di Justice Alito, nella sua concurring, rispetto a rischi elusivi: «District courts should not view today’s decision as an invitation to certify nationwide classes without scrupulous adherence to the rigors of Rule 23. Otherwise, the universal injunction will return from the grave under the guise of “nationwide class relief,” and today’s decision will be of little more than minor academic interest» (Alito, J., concurring, slip op., 4). Estremo il tentativo di Sotomayor che tenta di riconoscere nel bill of peace «a common ancestor to both class actions and universal injunctions» (Sotomayor, J., dissenting, slip op., 27). D’altra parte, è piuttosto debole anche il rilievo della dissenziente per la quale la Corte non avrebbe tenuto in debita considerazione il fatto che non si rintracciano precedenti risalenti alla founding era in cui sia stato riconosciuto che le universal injunctions eccedano l’autorità equitativa. Justice Barrett ha gioco facile a controdedurre che «this absence only bolsters our case. That this Court had no occasion to reject the universal injunction as inconsistent with traditional equity practice merely demonstrates that no party even bothered to ask for such a sweeping remedy — because no court would have entertained the request» (Opinion of the Court, slip op., 10, nota 8).
[32] (32) «The zone of lawlessness the majority has now authorized will disproportionately impact the poor, the uneducated, and the unpopular—i.e., those who may not have the wherewithal to lawyer up, and will all too often find themselves beholden to the Executive’s whims» (Jackson, J., dissenting, slip op., 14-15).
[33] (33) Il ragionamento della maggioranza della Corte, per mantenersi convincente, ha bisogno di assumere che si stia qui discutendo del complete relief di una parte persona fisica: «Here, prohibiting enforcement of the Executive Order against the child of an individual pregnant plaintiff will give that plaintiff complete relief: Her child will not be denied citizenship. Extending the injunction to cover all other similarly situated individuals would not render her relief any more complete» (17). Le cose diventano meno convincenti se si considera, invece, il complete relief da garantire alle parti ricorrenti quando queste siano degli Stati membri della federazione. Nel caso di specie, infatti, un rimedio territorialmente frammentato (con l’esclusione di una national injunction: una «patchwork injunction», dunque) sarebbe impraticabile, considerata la mobilità interstatale dei minori e la necessità di verificare, caso per caso, lo status migratorio dei genitori e lo Stato di nascita dei beneficiari. Sul punto, la maggioranza dei giudici — pur riconoscendo che la situazione è «more complicated» (17) — non offre soluzioni, limitandosi a rinviare ai rimedi alternativi suggeriti dal Governo federale, ma ritenuti inadeguati dagli Stati ricorrenti. Non senza ragione, Sotomayor nota che «the majority does not identify a narrower alternative that is both practical and mitigates that risk» (Sotomayor, J., dissenting, slip op., 38).
[34] (34) Jackson, J., dissenting, slip op., 10.
[36] (36) Naturalmente, il dibattito sulla ragionevolezza dell’equitable originalism non nasce con la sentenza odierna, ma era già ben presente della riflessione giuridica; si veda, tra la letteratura immediatamente precedente a Trump v. CASA, ad esempio: A. Raz, The Original Meaning of Equity, 102 Wash. U. L. Rev. 541 (2024); A. Conley, A Challenge to “Equitable Originalism” — The History of Injunctions as a Principle-Based Adaptable Judicial Power, 17 N.Y.U. J.L. & Liberty 112 (2023). Dell’ultima A., è molto interessante anche il più recente The Inevitability of Adaptability — Comparative Contributions to Understanding Originalism, 39 Emory Int’l L. Rev. 467 (2025).
[37] (37) La maggioranza respinge ogni tentativo di smentita nella natura chiusa del sistema di equity. Sotomayor aveva ad esempio sostenuto che la possibilità di injunctions nei confronti di funzionari governativi — riconosciuta dalla Corte in Ex parte Young, 209 U. S. 123 (1908) — smentisse la tesi secondo cui l’equity non potrebbe ricomprendere rimedi privi di analogo in quelli della Court of Chancery inglese, la quale certamente non poteva emettere injunctions contro la Corona o contro funzionari inglesi. Ma per Barrett «Ex parte Young does not say — either explicitly or implicitly — that courts may devise novel remedies that have no background in traditional equitable practice. Historically, a court of equity could issue an antisuit injunction to prevent an officer from engaging in tortious conduct. Ex parte Young justifies its holding by reference to a long line of cases authorizing suits against state officials in certain circumstances» (Opinion of the Court, slip op., 11, nota 9). Sull’importanza di Ex parte Young nell’evoluzione dei rimedi equitativi, si veda J.E. Pfander, J.P. Wentzel, The Common Law Origins of Ex Parte Young, 72 Stan. L. Rev. 1269 (2020).
[38] (38) Questo sebbene — come nota D. Zecca, op. cit., 139 — nelle Equity Rules adottate nel 1842 la Corte Suprema aveva previsto che «In all cases where the rules prescribed by this court or by the Circuit Court do not apply, the practice of the Circuit Court shall be regulated by the present practice of the High Court of Chancery in England, so far as the same may reasonably be applied consistently with the local circumstances and local conveniences of the district where the court is held, not as positive rules, but as furnishing just analogies to regulate the practice», con un rinvio «pertanto alla pratica della stessa Chancery nel 1842, e non nel 1789».
[39] (39) «Historical analogues are no doubt instructive and provide important guidance, but requiring an exact historical match for every equitable remedy defies equity’s purpose» (Sotomayor, J., dissenting, slip op., 29).
[40] (40) Grupo Mexicano de Desarrollo, S.A. v. Alliance Bond Fund, Inc., 527 U.S. 308, 336 (1999), Ginsburg, J., concurring in part and dissenting in part: «From the beginning, we have defined the scope of federal equity in relation to the principles of equity existing at the separation of this country from England, see, e. g., Payne v. Hook, 7 Wall. 425, 430 (1869); Gordon v. Washington, 295 U. S. 30, 36 (1935); we have never limited federal equity jurisdiction to the specific practices and remedies of the pre-Revolutionary Chancellor».
[41] (41) Sotomayor parla di «the folly of treating equity as a closed system, rather than one designed to adapt to new circumstances» (Sotomayor, J., dissenting, slip op., 31).
[42] (42) W. Dellinger, Legislation Denying Citizenship at Birth to Certain Children Born in the United States, Statement Before the Subcommittees on Immigration and Claims and on the Constitution of the House Committee on the Judiciary, 13 dicembre 1995, in 19 Opinions of the Office of Legal Counsel 340, 341 (1995).
[43] (43) Sotomayor, J., dissenting, slip op., 14.
[44] (44) Il rifiuto della maggioranza di una prognosi di questo tipo è netto: «The principal dissent’s analysis of the Executive Order is premature because the birthright citizenship issue is not before us» (Opinion of the Court, slip op., 24). Nonostante Sotomayor si mostrasse preoccupata circa la conducibilità dell’Executive Order No. 14160 alla judicial review — una volta fatte decadere le relative universal preliminary injunctions — (Sotomayor, J., dissenting, slip op., 41-42), la questione è invece potuta arrivare alla Corte nell’October Term 2025 con Trump v. Barbara (Birthright Citizenship), pendente al momento in cui scrive, il che ha ridotto le preoccupazioni circa le “conseguenze pratiche” della decisione sul piano del controllo di costituzionalità [si veda, ad esempio, A. Bernabe,Trump v. CASA, Inc. and the Future of Nationwide Injunctions, 78 Rutgers U. L. Rev. Comments 91 (2026), soprattutto 102 ss.; ma sul punto, anche H.M. Wasserman, Constitutional Litigation After Trump v. CASA, 21 Duke J. Const. L. & Pub. Pol’y 277 (2026)].
[45] (45) In effetti — come nota giustamente E. Gabriele, Giurisdizione apicale e Uncodified Constitution, Napoli, 2026, 215 — la decisione in commento «si inserisce in un più ampio movimento di ridefinizione dell’identità del potere giudiziario, che tende a riaffermare la judicial review come funzione rigorosamente delimitata e storicamente situata, piuttosto che come strumento flessibile di adattamento dell’ordinamento alle esigenze del presente».
[46] (46) Jackson, J., dissenting, slip op., 3.
[48] (48) Sotomayor, J., dissenting, slip op., 40.
[49] (49) «The upshot: As with most disputed issues, there are arguments on both sides. But as with most questions of law, the policy pros and cons are beside the point. Under our well-established precedent, the equitable relief available in the federal courts is that “traditionally accorded by courts of equity” at the time of our founding. Grupo Mexicano, 527 U. S., at 319. Nothing like a universal injunction was available at the founding, or for that matter, for more than a century thereafter. Thus, under the Judiciary Act, federal courts lack authority to issue them» (Opinion of the Court, slip op., 21).
[50] (50) Jackson, J., dissenting, slip op., 3: «mind-numbingly technical query».
[51] (51) “Boring” lo aggiunge Barrett; Jackson aveva parlato solo di “legalese” (Opinion of the Court, slip op., 23).
[52] (52) Opinion of the Court, slip op., 23.
[53] (53) Ibidem, 24. Vale la pena almeno segnalare la tesi di L. Wright, The Departmentalist Problem with Universal Injunctions: Three Insights into Trump v. Casa, 2025 Suffolk Univ. L. Rev. OnlineEd. 1 (2025): secondo l’Autore, la maggioranza della Corte — respingendo l’idea che l’asserita incostituzionalità della misura dell’Esecutivo legittimi le Corti ad opporvisi sospendendone l’efficacia in maniera generalizzata — renderebbe giustizia all’idea dei Founders per la quale «the political branches retain the authority to independently interpret the Constitution» (2).
[54] (54) Jackson, J., dissenting, slip op., 44 (vedi n. 4).
[55] (55) Anche se resta comunque vero che «per quanto sia indubbio che [la decisione] favorisca notevolmente le azioni del Governo, è bene sottolineare come la Corte Suprema non abbia lasciato in nessun modo intendere di voler contrarre il sindacato giurisdizionale sugli atti di quest’ultimo» (L. Serafinelli, Un Requiem per le Universal Injunction: Trump v. CASA, in Blog di Dir. comp., 15 luglio 2025).
[56] (56) Marbury v. Madison, 5 U.S. (1 Cranch) 137, 178 (1803).
[57] (57) Opinion of the Court, slip op., 19.
[59] (59) Marbury v. Madison, cit., 177.
[60] (60) Jackson, J., dissenting, slip op., 17. Peraltro, in uno dei passaggi forse più convincenti della sua dissenting, Justice Jackson fonda proprio la necessità di un rimedio universale — come le injunctions con efficacia erga omnes — sul carattere universale dei diritti fondamentali (asseritamente) violati dall’Esecutivo con una misura a sua volta universale: «When the Executive violates those pre-existing rights in a nonparticularized manner, a universal injunction merely restores what the People were always owed» (17).
[61] (61) Sul punto, si rinvia a A. Schillaci, Nel cono d’ombra di Dobbs. Libertà ed eguaglianza nelle interpretazioni del XIV emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, in Diritto pubblico, 2/2023, 581.
[62] (62) R. Siegel, Equality divided, in Harv. L.R., 2013, 4.
[63] (63) Con più specifico riguardo agli strumenti rimediali, C.L. Roberts, Rethinking Judicial Power & Remedial Restraint, 75 Cath. U. L. Rev. 93 (2025) mostra bene come un loro irrigidimento rischia di renderli poco efficaci nel contrasto a sconfinamenti tra poteri.
[64] (64) Inquieta, ad esempio, la citazione che Justice Jackson introduce in chiusura della sua dissenting (21), dalla concurring opinion di Justice Frankfurter in Youngstown Sheet & Tube Co. v. Sawyer, 343 U.S. 579 (1952): «The accretion of dangerous power does not come in a day» (594).
[65] (65) Così, almeno, secondo alcune analisi, tra cui senz’altro S. Levitsky, D. Ziblatt, How Democracies Die, New York, 2018.
